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Il motivo che mi ha spinto era molto semplice. Spero anzi che, agli occhi di qualcuno, possa apparire sufficiente di per sé. È la curiosità; la sola specie di curiosità, comunque, che meriti d’esser praticata con una certa ostinazione: non già quella che cerca di assimilare ciò che conviene conoscere, ma quella che consente di smarrire le proprie certezze. A che varrebbe tanto accanimento nel sapere se non dovesse assicurare che l’ acquisizione di conoscenze, e non, in un certo modo e quanto è possibile, la messa in crisi di colui che conosce? Vi sono momenti, nella vita, in cui la questione di sapere se si può pensare e vedere in modo diverso da quello in cui si pensa e si vede, è indispensabile per continuare a guardare o a riflettere. Mi si potrà forse obiettare che questi giochetti personali è meglio lasciarli dietro le quinte, e che, nel migliore dei casi, fanno parte di quei lavori di preparazione che si estinguono spontaneamente non appena han preso forma. Ma che cosa è dunque la filosofia, oggi – voglio dire l’attività filosofica – se non è lavoro critico del pensiero su se stesso? Se non consiste, invece di legittimare ciò che si sa già, nel cominciare a sapere come e fino a qual punto sarebbe possibile pensare in modo diverso?

L'uso dei piaceri

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domenica, 13 aprile 2008
Omaggio alla seconda
Immagine di Kafka sulla spiaggia
Ho finito da un paio di giorni l'ultimo romanzo di Murakami, Kafka sulla spiaggia. Anche cercando di gustarmelo fino in fondo non sono riuscita a non divorarlo. Lo stile mi ricorda molto feuilleton, ogni capitolo finisce anticipando (e quindi incuriosendo me) qualcosa del successivo. Ad amplificare questo effetto c'è la doppia storia che si alterna nei capitoli (quella del bambino Kafka e quella del vecchio Nakata).
L'elemento che però contraddistingue maggiormente questo romanzo è il ricorso quasi ossessivo alla strategia dell'omaggio, questa volta dedicato non solo all'occidente, ma anche al Giappone. Attraverso questa strategia che arricchisce il testo di riferimenti extratestuali (dai romanzi di Kafka e di Soseki, alle musiche dei Beatles e di Beethoven, alle catene di fast food dirette dal colonello Sanders - i Kentucky Fried Chicken - alle magliette dell Ralph Lauren, ai film di Truffaut) Murakami sembra consegnarci la sua personale enciclopedia di saperi e di gusti. L'ambientazione di molte scene in biblioteca sembra avvalorare questa visione. Dico visione perchè come è da "tradizione" l'elemento onirico non è assente anche se un po' ridimensionato.
Scritto da: dreca alle ore 21:28
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libri, letteratura, giapponese, lettura, kafka, sfida della nazionalità
martedì, 18 luglio 2006
Time out of joint

fece dire Shakespeare ad Amleto.  tempo è fuori sesto... tempo fuori luogo è stato trasformato da Philip K. Dick in un romanzo in cui vari tempi e vari mondi si intrecciano facendo perdere le tracce di quello reale.
Tra gli altri abbondanti riferimenti letterari presenti nel libro non posso non citare quello al Castello di Kafka...Ragle (protagonista del libro di Dick) che cerca di uscire dalla città e vi si ritrova sempre dentro... K. (l'agrimensore di Kafka) cerca di uscire dal villaggio per raggiungere il castello e si ritrova sempre nelle stradine del villaggio.

Scritto da: dreca alle ore 11:02
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libri, letteratura, lettura, kafka
domenica, 09 aprile 2006

kubin il castello

 

Kafka è un'autore che amo dal profondo, Il Castello per me è un vero capolavoro e la sua incompiutezza non fa che accrescere il mio piacere nel leggerlo. Ogni volta ci trovo qualcosa di diverso. Questa sul telefono è straordinaria, mi immagino questo funzionario, oberato da qualche inutile lavoro che risponde frasi a caso...come me quando mi sveglio la mattina e non ho voglia di parlare e qualcuno mi riempie di domande e comincio a dire la prima frase che mi viene in mente, vera o falsa che sia, purchè finisca di domandare (poi, puntualmente mi tocca rettificare!)

Quanto al telefono: vede, da me, che davvero davvero ho abbastanza a che fare con l'amministrazione, non c'è il telefono.
Negli alberghi e in altri luoghi simili il telefono può rendere buoni servizi, come una pianola, per esempio, ma niente di più.  Lei ha già telefonato in questo paese, vero? Bene allora forse mi capirà. Al castello il telefono funziona in modo perfetto, si sa; a quel che mi dicono, là si usa in continuazione il telefono, il che naturalmente sveltisce il lavoro. Queste telefonate incessanti noi le sentiamo nei telefoni del paese come un canto o un brusio, che anche lei avrà di certo udito. Ma quel brusio e quel canto sono l'unica cosa esatta e degna di fede che i nostri telefoni ci trasmettono, tutto il resto è menzogna. [...] Ma di tanto in tanto qualche funzionario, stremato dal lavoro, avverte il bisogno di distrarsi un poco, soprattutto di sera o di notte, e inserisce la soneria; allora noi otteniamo una risposta, ma questa risposta, per la verità, è soltanto una presa in giro.
Kafka Il castello, 1922/1924

Scritto da: dreca alle ore 12:47
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letteratura, kafka

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